Alle origini della catastrofe: la spartizione del Medio Oriente

Da alcuni anni le prime pagine dei quotidiani sono frequentemente occupate da notizie relative al Medio Oriente: la guerra in Siria, le inarrestabili ondate di profughi, il conflitto israelo-palestinese, la questione curda e così via. Sebbene essi, come d’altronde tutti i fenomeni complessi, devono essere ricondotti ad una molteplicità di cause, affondano in parte le radici nelle spartizioni e negli intricati giochi di potere delle potenze occidentali all’indomani del primo conflitto mondiale.

Il declino ottomano

Facciamo un passo indietro: fino agli inizi del XIX secolo l’Impero Ottomano controllava tutti i territori mediorientali dall’Iraq fino alla Turchia, l’intera Europa sud-orientale e gran parte del nord Africa. Negli anni successivi tuttavia, l’Impero della Sublime Porta era entrato in una crisi travolgente, fino a ridursi alle sole regioni asiatiche (oltre che alla Tracia, l’attuale Turchia europea). Nel 1914, alla vigilia della prima guerra mondiale, il dominio dei sultani era ormai considerato “il grande malato” della scena politica internazionale, e le grandi potenze europee – Francia, Gran Bretagna e Germania in primis – erano pronte a spartirsi i resti dell’Impero agonizzante.

La guerra, a cui gli ottomani presero parte a fianco di Austria e Germania, non aveva fatto altro che accelerarne il declino, tanto che Francia e Inghilterra cominciarono immediatamente a intavolare discussioni, per lo più segrete, sia fra di loro sia con alcune popolazioni allora sottomesse agli ottomani con il fine di ottenerne l’appoggio militare agendo dall’interno dell’Impero.
Il problema principale di questa linea politica consisteva però nel fatto che spesso, per portare dalla propria parte i capi delle tribù e i diversi popoli coinvolti, le potenze dell’Intesa ricorrevano a promesse vaghe e che frequentemente si sovrapponevano con quelle fatte ad altri. Se dal punto di vista bellico questa strategia era tutto sommato efficace, altrettanto non si può affermare per le conseguenze politiche che essa avrebbe avuto.slide_14

Promesse contrastanti

Fra il 1915 e il 1916 l’alto commissario britannico in Egitto, Henry McMahon, intessè una fitta corrispondenza con lo sharif – di fatto il governatore – della Mecca al-Husayn Ibn Ali per spingerlo a fomentare una rivolta delle popolazioni arabe contro gli ottomani. Per convincerlo McMahon sfruttò abilmente le rivendicazioni del movimento panarabico di cui lo stesso Husayn faceva parte (che si prefiggeva l’unità federale dell’intero mondo arabo), promettendogli in maniera pittosto vaga e non univoca l’indipendenza di tutti i territori abitati dagli arabi.

Nello stesso 1916 tuttavia Francia e Gran Bretagna si accordarono segretamente per dividersi le rispettive sfere di influenza mediorientali. I diplomatici François Georges-Picot e Mark Sykes stabilirono che, in seguito alla sconfitta dell’Impero ottomano, le zone dell’Anatolia sud orientale (che comprendeva ampie parti dell’attuale Kurdistan turco) e la fascia costiera siriano-libanese sarebbero state controllate direttamente dai francesi, mentre l’area della Mesopotamia meridionale, ovvero il sud di quello che sarebbe diventato l’Iraq, sarebbe andata agli inglesi. L’accordo Sykes-Picot prevedeva anche la nascita di uno stato arabo indipendente, ma di fatto i due paesi europei stabilirono che sarebbe dovuto rientrare nelle rispettive sfere di influenza politica, economica e militare.

Tale accordo, e in particolare quest’ultima clausola, era però assai stridente con ciò che la Gran Bretagna aveva promesso l’anno precedente agli arabi, dato che ampie aree abitate da questi ultimi sarebbero state controllate – direttamente o indirettamente – dalle due potenze occidentali e ciò avrebbe reso l’eventuale stato nazionale arabo un mero fantoccio nelle mani anglo-francesi. Ulteriori ragioni di incomprensione si vennero a creare nel 1917: nell’anno più difficile della guerra infatti il governo britannico rilasciò un documento ufficiale, la cosiddetta dichiarazione Balfour, in cui si diceva disponibile a favorire la nascita di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina. Tale dichiarazione rispondeva alle richieste del movimento sionista, che dalla fine del XIX secolo premeva per la costituzione di uno stato ebraico, e, secondo alcuni storici, era dovuta alle pressioni politiche ed economiche che l’alta finanza ebraica americana stava compiendo sul governo statunitense per l’ingresso in guerra a fianco dell’Intesa.

Il contrasto della dichiarazione Balfour con i patti precedenti era evidente: il trattato di Sykes-Picot prevedeva che in Palestina si sarebbe dovuta istituire un’amministrazione internazionale di comune accordo con la Russia e con i leader arabi. Questi ultimi inoltre ritenevano che fossero stati violati i termini della già citata corrispondenza fra McMahon e lo sharif della Mecca Husayn.
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Tutti i nodi vengono al pettine

Il 30 ottobre 1918 l’Impero Ottomano firmò l’armistizio con l’Intesa: la guerra nel Vicino Oriente era conclusa, almeno per il momento. Due anni dopo, con il trattato di Sevres, Francia e Gran Bretagna formalizzarono ciò che era stato stabilito precedentemente: ricalcando in gran parte gli accordi di Sykes-Picot, ai primi veniva assegnato un mandato su Siria e Libano, mentre il Regno Unito entrava in possesso dell’Iraq, della Transgiordania e della Palestina (la dichiarazione Balfour era stata inclusa nel trattato di pace, permaneva dunque la volontà di istituire il famigerato “focolare nazionale ebraico”).

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Da Sevres emergeva inoltre la questione del Kurdistan: il trattato garantiva ampie autonomie per le minoranze all’interno dell’Impero Ottomano come i curdi, e permetteva loro di ottenere l’indipendenza in futuro. Quando però nel 1923, in seguito alla guerra d’indipendenza, dalle ceneri dell’Impero nacque la Repubblica di Turchia, il Kurdistan fu definitivamente inglobato nel neonato stato, provocando quella spaccatura di cui ancora oggi vediamo i segni.

Questa politica miope e quest’inarrestabile sete di dominio delle potenze occidentali verso una delle zone più strategiche del globo hanno come figli i dissidi e le guerre contemporanee. Esempio lampante di ciò è la sanguinosa vicenda della Palestina e dei dissidi che da ormai quasi un secolo oppongono ebrei e arabi. Il movimento sionista, seppur già esistente, crebbe vertiginosamente in seguito all’avallo inglese, entrando rapidamente in contrasto con le popolazioni arabe locali, che si sentivano in qualche modo tradite dal mancato adempimento delle promesse britanniche di uno stato arabo unito e indipendente. Le stesse “crociate” contro Israele compiute congiuntamente nel secondo dopoguerra (come guerra del Kippur e quella dei Sei Giorni) e finanche i conflitti degli ultimi anni si possono almeno in parte ricondurre a tali premesse.

Le profonde fratture originatesi durante i cruciali anni della Grande Guerra si sono fortemente acuite nel corso degli anni – basti pensare all’attualissima questione curda – e innegabili sono da questo punto di vista le responsabilità dei paesi occidentali. Irresponsabili e ipocrite appaiono pertanto le scelte di alcuni di questi stati, come il Regno Unito di queste settimane, di ritirarsi in un aureo isolamento, rifiutando di accettare le conseguenze delle proprie azioni (come le ondate di profughi). Rifiutando, dunque, il giudizio della Storia.


Ringrazio Flavio Restelli per il prezioso aiuto

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Alessandro Perucca

Alessandro Perucca

Vive a Milano e frequenta la facoltà di Storia all'Università degli Studi. Collabora con Altrementi dall'agosto del 2015 dove scrive di storia e letteratura. Ama il Manierismo e la pasta all'amatriciana.
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