Babylon System – Bob Marley e Survival: la scommessa della comunicazione

Francesco Segatta
23 aprile 2015

Più di trentacinque anni fa vedeva la luce uno degli album più significativi degli anni ’70. Era il 1979, e Robert Nesta Marley aveva già iniziato il suo rally verso la morte, senza navigatore. Era il 1979, e la sua popolarità aveva toccato vette inaudite, consacrate da questa che fu la sua penultima fatica: Survival. Più cresceva la fama dei suoi ritmi esotici e della sua saggezza tropicale, più lui si amareggiava, dal momento che andava a rimpolpare quella globalizzazione da lui costantemente stigmatizzata ed esorcizzata. Per quanto avesse cari i suoi fan – un numero incalcolabile – sentiva tra lui e loro il palpabile divario che c’è tra schiavo e schiavisti, da una parte, e tra profeta e discepoli dall’altra. Nei suoi concerti storici, a Pittsburgh o al Madison Square Garden, Bob saliva sul palco lacerato da uno scisma intestino, mica appendicite, cose che non si curano con ago e filo: cantare, lanciando messaggi in mondovisione. Quella mondovisione nata dallo stesso padre che mette in catene i tuoi fratelli e sfratta i tuoi cugini nel nome di una pace globale. Il gioco vale la candela? Venire inghiottiti nell’imbuto occidentale nella speranza di migliorarlo o restare ancorati al famigliare Queen’s Theatre di Kingston, senza nemmeno provarci? E’ un faccia a faccia, una “Confrontation” (citando un album dello stesso Bob), che vede il “rastaman” opporsi alla “struttura occidentale”; nella tradizione rastafariana: il Babylon System. Bob entra nella tana del lupo e decide di arredarla, fino a guadagnarsi uno stanzino da cui evangelizzare pace e fratellanza.


Survival è l’ultimo, quasi disperato, tentativo di dialogo con un mondo prevalentemente sordo e con lo spirito dalle braccia troppo corte per permettersi un apparecchio acustico. La copertina dell’album parla da sè, ed è passata alla storia. Un collage di bandiere africane, nessuna esclusa, che forma un arazzo dalle tinte festive; campeggiano il verde, il giallo, il rosso; la fiaccola dello Zaire e l’aquila della Zambia, i triangoli sudafricani e le stelle somale, togolesi, ghanesi; tutti appezzamenti della grande tovaglia Nera chiamata Africa. In quest’album si avvicendano i toni più lamentosi, ma tra i più affascinanti, del repertorio dei Wailers. L’ascoltatore viene trascinato di forza in un mondo australe, tra le sue bellezze e le sue sofferenze, tra denunce di imperialismo (non solo fisico, vedi One Drop) e speranze di una redenzione collettiva contro lo sfruttamento occidentale (vedi Africa Unite), passando attraverso vicende autobiografiche (l’attentato sventato di Ambush in The Night) e l’orgoglio nero (in Survival, quinta traccia omonima dell’album). Babylon System sintetizza efficacemente il senso di questo disco, inciso con l’idea profonda di voler accendere realmente la spia del buonsenso in chi lo ascoltasse.

La locandina dello storico concerto tenuto da Bob Marley a Pittsburgh, 1980

La locandina del concerto a Pittsburgh

Per quanto Marley si abbandoni spesso ad un approccio fideistico e un po’ dottrinale (non azzarderei dogmatico) con i messaggi trattati, dietro i soffi languidi delle trombe reggae si nascondono frasi impregnate di verità. Semplici proposizioni che, ascoltate e ripetute sottovoce, hanno di che essere profetiche. E questo è l’ingrediente (nemmeno troppo) segreto del successo di Bob Marley: irrorare le proprie parole con un’umanità inconfondibile, con l’effetto di farci tutti fratelli. Quarto verso, prima strofa – Babylon System:”We are what we are, and that’s the way it’s going to be”. Siamo ciò che siamo, ed è così che dev’essere. Ineccepibile. Molti potrebbero dire: banale, lapalissiano. Per quanto sia una frase caratterizzata da una semplicità esagerata, però, contiene un messaggio di tolleranza senza eguali. Assistiamo ad un fenomeno fantastico: la purezza dell’essenzialità diventa veicolo inattaccabile e baluardo inoppugnabile della verità.
Ciò fece di Bob Marley e di Survival, rispettivamente, un grande comunicatore e una grande comunicazione dei ’70/’80.

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Francesco Segatta

Aspirante medico e poeta da 4 soldi, è penosamente convinto di conciliare questi due aspetti. Affezionato ai due sassi smossi di Porta Romana, sostiene con fervore il partito dei "belli dentro". Scrive di letteratura e cultura, ed è tra i senatori e fondatori di Altrementiblog.
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