Breve storia del terrorismo

Alessandro Perucca
8 ottobre 2015

È curioso notare come il fenomeno del terrorismo, tornato con forza alla ribalta mediatica nell’ultimo quindicennio, sia nato in concomitanza con l’inizio dell’età contemporanea, posto tradizionalmente dagli storici nel 1789, con la Rivoluzione Francese.
Il termine terrorismo venne infatti coniato nel 1793 nella Francia rivoluzionaria e indicava inizialmente la politica, detta appunto “del Terrore”, sostenuta dal movimento giacobino e dal suo esponente più carismatico e celebre, Maximilien Robespierre. Tale strategia si fondava sulla repressione sistematica violenta nei confronti dei propri avversari politici o presunti tali, che portò alla condanna a morte di circa 17000 individui.
Come si può facilmente osservare, il termine terrorismo, in questa sua prima accezione, indicava più che altro una “politica di Stato”, ovvero una condotta ufficiale utilizzata dai dirigenti del paese d’Oltralpe per tenere sotto controllo la delicata situazione nazionale, dato che la Francia di quegli anni si trovava accerchiata da tutte le maggiori potenze europee. Il terrorismo giacobino è un fenomeno unico e radicalmente differente da tutte le forme da esso assunte negli anni successivi, proprio in quanto aperto ed esplicito. Nonostante ciò il suo fine ultimo di strumento per mantenere la stabilità politica durante periodi turbolenti anche attraverso la violenza e la paura – da qui il suo nome – non scomparirà del tutto, e anzi verrà a ripresentarsi anche in seguito.

A partire dal XIX secolo il terrorismo divenne un importante mezzo di lotta politica, ma non fu più appannaggio dei governi, bensì di piccoli gruppi clandestini (come, ad esempio, la carboneria italiana) che, non essendo dotati di vaste risorse economiche e militari, attraverso tali azioni eclatanti erano in grado di influenzare notevolmente la politica e l’opinione pubblica.
Durante la prima metà dell’Ottocento, con l’emergere in Europa e Sud America delle cosiddette “questioni nazionali”, l’elemento patriottico divenne una costante nelle azioni terroristiche: è il caso del celebre attentato all’Imperatore Napoleone III del 1855 ad opera del carbonaro Felice Orsini, il quale mirava a scatenare una serie di rivolte popolari che favorissero l’unificazione italiana attraverso l’assassinio del sovrano francese, probabilmente il maggiore alleato dello Stato della Chiesa, e pertanto ostacolo alla nascita di un’Italia unita.
L’attentato a Napoleone III fu di fondamentale importanza nello sviluppo successivo del terrorismo, poiché, prendendo di mira un influente personaggio pubblico, lo rendeva un simbolo, l’oggettivazione di un “male” contro cui lottare; di conseguenza l’attentato terroristico perdeva la sua utilità contingente, particolare, diventando invece l’azione esemplare di un’avanguardia che potesse fungere da modello per le masse.
Questo aspetto divenne caratteristico nel periodo a cavallo fra il XIX e il XX secolo del terrorismo anarchico e di quello nazionalista. È ad esempio il caso, nel 1900, dell’assassinio del Re d’Italia Umberto I, ad opera del toscano Gaetano Bresci, il quale voleva in tal modo vendicare i morti della repressione dei moti di Milano del 1898, provocati con il beneplacito del sovrano, e, più in generale, colpire la sua politica considerata liberticida.
Anche l’uccisione dell’Arciduca d’Austria Francesco Ferdinando ad opera del nazionalista serbo Gavrilo Princip, che diede poi inizio alla Prima Guerra Mondiale, si iscriveva in questo filone: assassinare l’erede al trono austro-ungarico era un gesto che andava ben al di là dei meri risultati politici. Rappresentava invece, agli occhi dei nazionalisti serbi, la riscossa nei confronti di un’oppressione secolare da parte degli Asburgo e, più in generale, dell’Austria.

Fino a questo momento le azioni terroristiche erano state rivolte praticamente sempre verso un obiettivo prescelto. A partire dal secondo dopoguerra invece, divenne sempre più comune la tattica del “colpire nel mucchio”, compiendo attentati verso bersagli quasi sempre civili e soprattutto casuali. Questo provoca due conseguenze intimamente connesse, che saranno una sorta di filo comune per tutto il terrorismo dagli anni Sessanta ad oggi. La prima è che esso diviene sempre più sanguinoso e, addirittura, il suo scopo diventa quello di uccidere il maggior numero di persone: il numero delle vittime tende a salire enormemente e in maniera indiscriminata, fino a toccare i circa 3000 morti dell’attentato alle Torri Gemelle, il più cruento della storia.
La seconda conseguenza, direttamente legata alla precedente, è che tali azioni tendono a generare un sentimento di paura generalizzata nella popolazione: se il fine del terrorismo moderno è colpire in maniera indiscriminata quante più persone possibile, è molto più facile insinuare nella massa una sensazione di insicurezza.
Molti paesi occidentali, inoltre, sono stati massicciamente coinvolti dal fenomeno terroristico dagli anni Sessanta circa ad oggi, come ad esempio l’Italia, gli Stati Uniti, l’Irlanda e la Spagna. Nei periodi in cui essi sono stati maggiormente colpiti da attentati, i rispettivi governi hanno frequentemente attuato politiche a tratti repressive per gestire tali situazioni drammatiche, politiche che però hanno spesso avuto l’effetto opposto. Emblematico è il caso nordirlandese: per fronteggiare le azioni dell’I.R.A. il governo britannico ha messo in atto una serie di provvedimenti estremamente severi e rigidi, che ha tuttavia avuto come unico effetto quello di ottenere una recrudescenza del conlitto.

La Banca dell'Agricoltura di Milano dopo l'attentato del 1969

La Banca dell’Agricoltura  di Milano dopo l’attentato del 1969

Negli ultimi anni il fenomeno terroristico, che si era sopito nell’ultimo decennio del XX secolo, è tornato ad occupare le prime pagine dei quotidiani. A partire dall’incredibile attentato alle Torri Gemelle, infatti, si sono affermate una miriade di organizzazioni – fra cui la più celebre è senza dubbio Al Qaeda – che fanno riferimento alle frange più radicali dell’Islam. Nonostante il diverso retroterra ideologico e culturale di questa nuova forma di terrorismo, i modi di esecuzione e gli obiettivi sono piuttosto simili a quelli dei decenni precedenti: vengono infatti colpiti bersagli civili o militari, ma sempre con l’intento di “fare più morti possibile” (frequenti sono ad esempio gli attentati a centri commerciali o moschee, luoghi dove la concentrazione di individui è molto elevata).

Il terrorismo è un problema profondamente insito nel mondo contemporaneo e ne attraversa i secoli trasformandosi insieme ad esso. Recentemente, ad esempio, il famigerato Stato Islamico ha fatto uso dei social network per far ottenere risonanza mondiale alle proprie azioni, mostrando una volta di più come tale fenomeno sia specchio di una società in continuo cambiamento.

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Alessandro Perucca

Alessandro Perucca

Vive a Milano e frequenta la facoltà di Storia all'Università degli Studi. Collabora con Altrementi dall'agosto del 2015 dove scrive di storia e letteratura. Ama il Manierismo e la pasta all'amatriciana.
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