Il colore della nazione

Il colore della nazione

Eugenio Leonardo
3 maggio 2017

“Oh, a me piace la cucina etnica!” – Ricordo che qualche anno fa, mentre rincasavo a tarda sera con un gruppo di amici, una ragazza espresse questo innocuo apprezzamento gastronomico. Allora non sapevo nulla di studi postcoloniali, ma forte del mio gusto per il paradosso, la sfidai a spiegarmi che cosa intendesse con ‘cucina etnica’e le chiesi se, per esempio,  la pizza e la cassoeula milanese non fossero anch’essi piatti etnici.  Lei liquidò, divertita, la mia provocazione, come se la risposta fosse scontata e non meritasse alcun approfondimento: la pizza e la cassoeula non sono etnici!

 

Certo, la mia amica non ha detto nulla di male e nel suo riferimento ad una gastronomia immaginaria non c’era alcuna intenzione inferiorizzante nei confronti di popoli o culture del mondo. Tuttavia, se adottiamo un punto di vista culturalista, l’aneddoto è assai evocativo, perché ci interroga su un non-detto e su un non-visto. Il primo è una sorta di assioma non dichiarato: solo l’alterità è etnica. Via, non sia mai che si dica in pubblico (lo vieta un certo perbenismo) che una cosa è etnica se è fatta da simpatici negretti!  Il secondo si riferisce invece al posizionamento, della mia amica rispetto a una cucina altra. Posizionamento dato per scontato e assoluto, che lei non sa o non può/vuole vedere perché occultato e naturalizzato.

 

Sono proprio questo non-detto e questo non-visto l’oggetto di indagine della formidabile raccolta di quattordici saggi intitolata Il colore della nazione, curata da Gaia Giuliani ed edita da Le Monnier Università (2015). Questo testo prismatico ricostruisce la storia dell’identità razziale degli italiani nell’Italia repubblicana attraverso una pluralità di approcci scientifici (semiotici, sociologici, antropologici).

 

Accomunate dai dispositivi interpretativi forniti dagli studi postcoloniali e di genere, le diverse discipline esaminano materiali eterogenei (provenienti dal cinema, dalla televisione, dal fumetto), mostrando come essi abbiano (ri)prodotto e diffuso, più o meno apertamente, un immaginario razzista nella cultura di massa. Immaginario che, a sua volta, come recita il risvolto di copertina, è funzionale alla costruzione del “consenso a pratiche, discorsi e istituzioni razziste”.

 

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La raccolta è organizzata in due parti dai titoli densi e lapidari: la prima, ‘Vedere’ la razza per costruire identità, comprende i saggi che potremmo classificare sotto l’ombrello dei media studies e che analizzano, seguendo prevalentemente una direttrice cronologica, i materiali culturali su cui si sono formate generazioni d’italiani dal dopoguerra a oggi; la seconda, Governare i corpi, costuire la razza, è caratterizzata da una prospettiva biopolitica e intersezionale e affronta nodi importanti come il femonazionalsimo, l’omonazionalismo e la produzione degli idealtipi di bellezza da parte dei gruppi sociali egemoni. Chiude l’opera una bibliografia di tutto rispetto.

 

Il testo è di pregevole fattura accademica e non è privo di una fiera volontà militante: ma il suo scopo non è certo distinguere i razzisti dagli antirazzisti. Considerazione forse banale, ma utile, perché in una conversazione privata con un lettore, ho rilevato, se non un fastidio, un timore non esplicitato dal mio interlocutore, che oserei sintetizzare così:  “Il colore della nazione sfida i materiali culturali che fanno parte della mia formazione e mi hanno intrattenuto e divertito, ma io non sono razzista.” Chi l’ha detto? Gli Autori e le Autrici, in realtà, non dispensano alcuna patente. Illuminante, a tal proposito, il saggio di Alan O’Leary, Mascolinità e bianchezza nel cinepanettone. Chi volesse avvicinarsi al volume, potrebbe incominciare proprio da questo.

 

Del resto, molti di noi sono cresciuti con i perfidi “orientali” che sfidavano Indiana Jones e James Bond. Attraverso le loro opposizioni binarie, abbiamo appreso un modello per discretizzare la realtà, distinguendo i buoni dai cattivi nelle favole che ci emozionavano. Ma tornando al reale, dobbiamo restaurare la complessità: dobbiamo riconoscere che gli italiani, nel corso della storia, sono stati razzializzati e razzializzanti, che hanno subìto e agito la geometria di quella che la Curatrice del volume chiama linea del colore, spartiacque di una mutevole whiteness (“bianchezza”) e conseguenti inclusioni/esclusioni. E che, specialmente nella cultura mainstream, molti conti devono ancora essere fatti con il nostro passato coloniale.

 

P.S. Si sta facendo ora di cena, credo che mangerò una pizza con i falafel. Voi che ne dite, sarà etnica? In ogni caso, un bel guaio per tradizioni e confini.

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Laureato in economia, non credo nella neutralità dei numeri, ma mi interrogo sulle relazioni di potere in cui sono stati prodotti. Appassionato di controculture, mi interessano i processi attraverso cui un discorso marginale possa diventare egemonico. Mi piace scrivere su questioni di razzismo, sessismo e omofobia. Sono inoltre ‘malato’ di cinema e musica funky.
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