Geni folli: Il nesso fra pazzia e creatività

 

 

«Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di ansia… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura»

 

Sono questi i pensieri che tormentano la mente del pittore Edvard Munch nel 1982 di ritorno da una visita alla sorella Laura, internata presso il manicomio di Oslo in seguito a un episodio maniaco depressivo. Poche opere racchiudono l’angoscia esistenziale della nostra era più de L’urlo: l’immagine iconica rappresenta l’autore catturato nel turbinare di un mondo sfuggito dalle sale da tè della Belle Époque e catapultato nella realtà caotica, che porterà alle atrocità della prima guerra mondiale nel 1914. L’urlo ha definito la pazzia come condizione necessaria alla nostra vita moderna. Il desiderio di gridare sotto un cielo apocalittico, abbandonati da tutti e tutto è una folle reazione alla mancanza di senso che ci circonda. Una lettura psichiatrica ha considerato il dipinto come il risultato di uno degli attacchi di panico di cui Edvard Munch ha sofferto nel corso della sua vita e che, assieme agli eccessi di alcol, si conclusero con l’internamento dell’artista nel 1908. Tuttavia, quando gli fu chiesto di immaginare un’ipotetica vita senza questi problemi Edvard rispose “Sono tanto parte di me quanto della mia arte. Sono indistinguibili da me stesso e [la loro scomparsa] distruggerebbe la mia arte. Voglio tenere queste sofferenze”.

Follia e creazione nella storia

Il nesso fra pazzia e creatività ha radici profonde nella cultura occidentale. “Cantami O Musa…” esortava Omero e gran parte dei proemi epici del mondo Greco antico cominciano scomodando Muse o altre divinità: il gesto della creazione non può essere umano ma deve essere mediato da qualcosa di oltre-umano. Nel Fedro Platone sostiene che “la follia, purché sia dono divino, è il canale attraverso cui riceviamo la più alta fortuna […]. La follia viene dagli dei, mentre la sobrietà è meramente umana”. Il Romanticismo innalza la follia dalle gabbie dei manicomi ai pinnacoli del mondo artistico: non si può essere artisti senza essere maledetti. Depressi, angosciati e illusi i protagonisti romantici sono destinati al tormento e, tendenzialmente, al suicidio: dai colpi di pistola del giovane Werther alle carezze dell’acqua di Ofelia. In Kubla Khan, un poema allucinato composto da Samuel Coleridge e dall’oppio, il nonsenso e l’arte divengono indistricabili l’uno dall’altro o, come la mette Lord Byron: “noi del mestiere siam tutti pazzi”.

Per una breve analisi della follia nella pittura clicca qui

Due cose tengono assieme la corda di Vincent Van Gogh, il fiume di Virginia Woolf, i proiettili di Ernest Hemingway, il forno di Sylvia Plath e il gas di Anne Sexton: il genio e il suicidio. La follia sembra dunque essere il prezzo da pagare per raggiungere le vette, e talvolta le fosse, della sensibilità creativa.

Ma cosa dice la scienza?

Un articolo pubblicato settimana scorsa su Nature Neuroscience e basato su uno studio di associazione genome-wide di 86.000 islandesi ha riportato che individui creativi hanno una possibilità del 25% in più rispetto a individui non creativi di essere portatori di geni che predispongono al disturbo bipolare e alla schizofrenia. Sembra, dunque, che la follia risieda nei geni tanto quanto i geni siano spesso folli [i].

Un esame recente della letteratura scientifica ha riportato che il 67.6% degli studi pubblicati fino al 2014 sostiene un legame fra creatività e psicopatologia, il 22.5% nessun tipo di legame e il 9.9% sostiene che creatività e psicopatologia sono opposte. Lo studio più ampio fino ad oggi (1,173,763 pazienti) riporta la correlazione più elevata fra creatività e psicopatologia nel disturbo bipolare e nel disturbo schizotipico. Dunque sembra che una correlazione fra follia e genio esista, ma soprattutto nei disturbi dell’umore quali depressione, mania e ansia.

Al contrario la schizofrenia sembra essere incompatibile con la creatività, in particolare quella letteraria, poiché la disorganizzazione cognitiva tipica del disturbo poco si confà a forme di creatività intellettualmente complesse, come per esempio il mantenimento di una trama coerente. Questo di certo non esclude la schizofrenia dai musei e dai teatri moderni, anche a causa dell’enfasi conferita alla rottura delle convenzioni da parte dell’arte contemporanea.

Per una trattazione dettagliata e una bibliografia completa degli studi sulla connessione follia-genio consultare questo volume.

Cervelli iperattivi

A livello cerebrale, l’attività disordinata nella corteccia prefrontale è un tratto caratterizzante sia del disturbo bipolare, sia della schizofrenia. Si pensa che iperattività in questa zona porti l’individuo a tracciare delle connessioni là dove queste non esistono: come per esempio credere di essere perseguitati dai servizi segreti o portatori di un messaggio divino. Secondo Alice Flaherty, neurologa presso l’Harvard Medical School, questa eccessiva attivazione nella corteccia prefrontale ha luogo anche durante periodi particolarmente creativi, caratterizzati di conseguenza da idee bizzarre e connessioni illogiche. La performance di Marion Laval-Jeantet, in cui l’artista si inietta del sangue di cavallo per sfidare la divisione tra specie, ne è un ottimo esempio.

Una trattazione più dettagliata della relazione fra creatività e psicopatologia a livello celebrale può essere visionata qui

La condanna dell’artista

La connessione fra sofferenza e arte non è lineare come chiunque abbia sbattuto il mignolo contro lo stipite di una porta sa bene. Alcuni autori hanno criticato il nesso fra pazzia e creatività sostenendo sia una romanticizzazione di condizioni devastanti quali il disturbo bipolare e la schizofrenia. L’idea che il disordine psichiatrico sia l’unica fonte di ispirazione artistica è probabilmente l’idea di persone che non hanno mai né ingoiato un antidepressivo, né impugnato un pennello: gran parte degli artisti studiati dalla neuroscienziata Nancy Andreasen considerano la malattia mentale come la principale nemica del processo creativo o, come scrisse Van Gogh in una lettera al fratello nel 1890, “Oh, se avessi potuto lavorare senza questa maledetta malattia, quali cose avrei potuto realizzare”. Vi è ben poco di romantico o estetico in un crollo psicotico.

La storia dell’arte tende a focalizzarsi sulla vita personale di artisti che vengono percepiti come più eccentrici e interessanti: il sanguinoso suicidio di Mark Rothko sembra essere una morte più artistica rispetto alla lenta scomparsa di Claude Monet fra le sue ninfee. Vi è anche un’enfasi spropositata nel sottolineare la connessione fra artisti e psicopatologia in contrasto ad altri mestieri e mentre musicologi e storici della medicina prontamente puntano vittoriosi il dito verso il maniacale nello spiegare la musica di Schumann, dubito che uno psichiatra considererebbe una forma di pane particolarmente originale o una tubatura aggiustata abilmente il risultato di una psicosi.

 

Per una trattazione delle problematiche metodologiche nello studiare una categoria complessa quale la creatività clicca qui

I mondi della sofferenza e della pazzia vengono idealizzati quali terre particolarmente fertili per l’ispirazione creativa o, come disse Aldous Huxley, “Può forse un artista creare nulla se è felice? […] Cos’è l’arte dopo tutto se non una protesta contro l’orribile inclemenza della vita?”. Tuttavia credo che, se un artista è in grado di rendere arte un qualcosa di terrificante, questo è perché egli (o essa) è un artista non perché ogni sofferenza diviene automaticamente arte, altrimenti dovremmo aspettarci una valanga di geni da senza tetto, pensionati e criminali. Come detto dalla scrittrice A.L. Kennedy soffrire non serve a un cacchio di nessuno e non è certamente un prerequisito per creare”. Viene dunque naturale chiedersi, cosa ne sarebbe stato di artisti quali Virginia Woolf o Vincent Van Gogh senza i loro tormenti: la scomparsa dei loro demoni avrebbe forse implicato anche la scomparsa dei loro angeli? Può darsi, o forse avrebbero semplicemente vissuto più a lungo continuando così ad arricchire la loro e le nostre vite.

“Il Sole”, 1909- una tela dipinta in uno dei periodi di calma dell’artista Edvard Munch

 

[i] A livello storico la ricerca scientifica sulla connessione fra genio e follia inizia con l’opera di Lombroso L’uomo di genio (1894), il quale sostiene che follia e creatività sono ereditate assieme e si manifestano sempre nello stesso individuo: il pallore di Giovanna d’Arco e il cranio deformato di Alessandro Volta ne sono l’evidenza. Successivamente, influenzato dalla teoria evoluzionistica di Darwin, il pensatore vittoriano Francis Galton ipotizzò nel suo saggio Hereditary Genius che a poter essere ereditati non erano solo i becchi dei fringuelli ma anche qualità morali, come l’intelligenza. Tuttavia, il primo studio propriamente scientifico sul nesso fra genio e psicopatologia è realizzato da Havelock Ellis nel 1926 il quale, analizzando 1030 individui britannici considerati altamente creativi, conclude che il 4.3% di artisti e scienziati sono “folli”, in contrasto con l’1% della popolazione normale.

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Alessandro Massazza

Studente al terzo anno di Antropologia alla UCL University of London, ha scritto in passato di psicologia e neuroscienze.

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