Cori beceri: il prodotto di una società violenta

Rimbombano nelle curve degli stadi di mezza Italia, nelle bettole di provincia, nei locali squallidi di periferie diseredate. Non si sa da dove siano nati, nè chi abbia avuto il primo, decisivo embolo che ha portato al loro concepimento. Evidentemente sono un fenomeno in diffusione, e alla fine sono giunti alle mie orecchie suscitando in un primo momento un sorriso indignato, poi un interesse antropologico. Ho provato ad inquadrarli, a interpretarli e a trovarne un’origine, un’eziologia.

I cori beceri sfuggono a ogni definizione stabile: gravitano in un limbo che spazia tra l’etichetta di “ignorante” e quella di “goliardico” senza mai riuscire a vestire, appunto, un profilo definitivo. Sostanzialmente sono dei chants, dei cori da stadio (e non solo) che inneggiano  agli antieroi della cronaca nera, sia vittime che carnefici. Tra i più acclamati:

  • Chiara Poggi e il suo amato Alberto
  • Più o meno tutti i ragazzi invischiati nell’immancabile “delitto di Perugia”. Da Amanda Knox fino a Rudi Guedè
  • Yara Gambirasio, inevitabile
  • Oscar Pistorius ed uxoricidi vari
  • Sarah Scazzi e parenti
  • Annamaria Franzoni e il suo corredo di utensili culinari

Un becero esempio:

 Fino alla fine, Oscar Pistorius!

Oppure:

Stasi libero! Stasi libero!

E’ inevitabile l’indignazione. Si addensano spontanee frasi come “Dove andremo a finire”,”Che gente, che livello”. Ed effettivamente il livello è bassino. Una capatina in Curva Sud la domenica pomeriggio può rivelare la sopravvivenza di primati con l’immeritato uso della parola che intonano  i suddetti cori come una cerchia di cherubini senza aureola. La conclusione è istantanea, e non lascia spazio al dubbio: i cori beceri sono una schifezza, una bestialità immorale.

Rimane, latente e insoddisfatto, il “perchè?” Perchè esistono?

I cori beceri nascono come un conato, una reazione involontaria alla massa di informazioni non richieste sugli assassini e sulle loro povere prede, sciacallate anche post mortem da una strumentalizzazione selvaggia. Possono essere spiegati come un gesto inconscio – dettato dall’esasperazione – e ignorante come le televisioni vogliono che tu sia. I cori beceri smascherano gli antieroi di provincia, le mamme di Cogne e i repressi di Garlasco, li demistificano con inni che sono densi di ironia (magari involuta, ma pur sempre ironia). I cori beceri cantano le gesta o chiedono la liberazione di questi antieroi, ma in questo modo portano sul patibolo le loro vicende e, soprattutto, la loro allucinante risonanza; diradano l’aura che si è formata intorno ai mostri mediatici degli omicidi premeditati, agli Hannibal Lecter delle campagne italiane; li scherniscono privandoli dell’assurda importanza che hanno assunto agli occhi della gente comune e ridicolizzano il loro ruolo nellimmaginario collettivo, che giustamente ma ingenuamente impone l’etica di odiare l’assassino e compatire l’assassinato . Gli antieroi diventano eroi in una parata carnevalesca, protagonisti di un mondo coi valori un po’ upside down, rivoltati come calzini spaiati. Questa situazione grottesca è affrescata magistralmente in Cattiva, canzone di Samuele Bersani (da Caramella Smog, 2004):

chiedi un autografo all’assassino

guarda il colpevole da vicino

e approfitta finchè

resta dov’è:

toccagli la gamba

fagli una domanda

Spesso l’ironia non è nemmeno considerata da chi intona i cori beceri, ma funge comunque da potente emolliente per le impalcature mediatiche della cronaca nera. Quindi, anche se l’intento è esclusivamente gretto e goliardico, l’ironia opera in sordina e ciò è un aspetto (inaspettatamente) positivo.

La cronaca nera ha per la società la stessa funzione dell’assistente sexy nei giochi di prestigio: la scollatura distrae il pubblico per la buona riuscita del numero. Allo stesso modo, i telegiornali propinano servizi sugli ultimi risultati della Scientifica nell’indagine sul ritrovamento di ‘sta benedetta Yara, mentre tace sugli accordi tra lo Stato e Corleone o sull’introduzione di una nuova tassa camuffata ad arte. Lo spettatore, così anestetizzato dall’appeal magnetico della violenza, viene “depistato” e trascura le vere tragedie di una democrazia imperfetta. Et voilà.

Allargando il filtro, basta prendere in mano la programmazione tv settimanale – aldilà dei telegiornali – per notare come la violenza sia di gran lunga il trend più quotato dagli spettatori, ben felici di alienarsi in loop fittizi di sangue e droga. Le prime serate e la fascia 7 – 9 sono colonizzate dalle serie tv americane, l’85% delle quali riguarda detective di metropoli alle prese con anarchie criminali. Gli esempi più lampanti? I vari C.S.I Miami, New York, Los Angeles e Benevento, fioriti come primule a Marzo a riprova delle vastità di audience che riescono a rastrellare. Vanno inclusi pure i più “innocui” Walker Texas Ranger (i calci volanti di Chuck non sono carezze) e le 563 stagioni di Don Matteo che addirittura estende questa fascia al mattino e replica il contesto tipico della Cronaca Nera: una provincia ridente vessata da innumerevoli atti di lucida e sanguinaria follia. Per i più violenti, l’appuntamento continua in seconda serata con i film scadenti di Stallone, Seagal e Van Dam su Rete 4. Per ultimi, i vari dibattiti politici: perchè uno Sgarbi incazzato è più splatter del peggior poliziesco.

La violenza catalizza su di se l’attenzione di qualunque telecamera, diventa l’occhio del ciclone dei dibattiti e dei Pomeriggi 5 e può far scattare dinamiche allucinanti, fuori dal mondo. Fa al caso nostro la vicenda del “pensionato di Vaprio”, il signor Sicignano, che ha scannato un presunto ladro con la sua vecchia lupara. Apriti cielo. L’odore di piombo ha suscitato le simpatie di tutti i filosanguisti e i sostenitori dell’omicidio libero. Sicignano è stato pubblicizzato, è stato intervistato e – quel che è peggio – è stato glorificato. La storia finisce con il pensionato, indagato per omicidio volontario, candidato da Forza Italia come sindaco per Milano. La percentuale di ragionevolezza in tutto il processo rasenta lo zero, tondo tondo.

Ecco, i cori beceri sono prodotto e parte integrante di questo clima kafkiano che celebra la violenza. Non si limitano, però, a “subirlo” passivamente: lo smorzano con un’ironia che è troppo grossolana e ignorante, ma abbastanza cinica, per essere definita satirica.

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Francesco Segatta

Francesco Segatta

Aspirante medico e poeta da 4 soldi, è penosamente convinto di conciliare questi due aspetti. Affezionato ai due sassi smossi di Porta Romana, sostiene con fervore il partito dei "belli dentro". Scrive di letteratura e cultura, ed è tra i senatori e fondatori di Altrementiblog.
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