Jazz Club – Doreen, the clarinet queen

Giovanni Pagani
12 aprile 2015

- :Milanese dal '95, studia (ma non frequenta) Economia all'Università Cattolica di Milano. È appassionato di blues, jazz e storia di queste musiche, ne ha scritto parecchio in passato. Nel 2015 un soggiorno di un mese in Palestina lo ha avvicinato alla situazione Israelo-Palestinese. È tra i fondatori di Altrementiblog e ama l'ambiente e la natura.

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A popolare le strade del quartiere francese di New Orleans non sono più solo gli spettri ondeggianti di Armstrong e dei suoi All Stars o del giovane occhialuto Miff Mole che scorrazza ottone sotto braccio in cerca di un impiego da qualche nichelino. Le note vibranti del clarinetto di Doreen tagliano l’aria mentre procede verso di te il corteo di un tradizionale funerale di musicista, accompagnato dall’altra parte con una festa esplosiva, e così malinconica. La magia dell’abbraccio della grande tuba lucidata a festa ti strappa una lacrima mentre trasforma l’anima, il fiato, in swing. E te in un burattino.

Segui incantato la musica e arrivi proprio davanti a Doreen, dove il corteo si ferma. Sovrappeso, nera come la pece, sta seduta su uno sgabello di plastica con il suo clarinetto, a fianco un cartello che recita: Take a picture, leave a dollar. Dietro di lei una piccola orchestra, una tuba, una tromba, un trombone, un banjo, una bambina decenne seduta dietro la batteria a giocherellare.

Doreen Ketchens, ormai star del jazz di New Orleans e fondatrice di più orchestre di giovani musicisti con cui si esibisce in vari paesi del mondo, inizia la sua carriera da musicista poverissima, dopo essere stata cameriera, donna delle pulizie, e infine rimasta disoccupata. Decide di portare per strada la musica che da quando è bambina suona, di vivere di jazz, di esorcizzare così le presenze maligne della fame, della depressione, dell’uragano Kathrina. Decide di lasciare che siano i fantasmi dei grandi inquilini jazz della Big Easy a prendersi cura di lei e a guidare la sua mano sui tasti scintillanti del clarinetto sorseggiando mint julep dall’aldilà.

Trema come una foglia mentre rivolge lo strumento al cielo come una proboscide e improvvisa in modo così elegante e viscerale, richiamando spiriti colorati che ti scavano un buco nel petto. Capisci tutt’un tratto la satira che è il dixieland, capisci che è la musica dei disperati, dei dimenticati, che si cela sotto frasi eleganti e aristocratiche ma lascia intuire la natura dannata, di oppiaceo e di ribellione. Richiami alla mente tutte le storie che hai sentito, tutti i personaggi che ti sono stati raccontati, si materializza più chiara che mai l’immagine del bluesman che fa un patto con il diavolo e diventa King Oliver, Robert Johnson.

Per un momento senti anche tu un bruciore dietro lo sterno, il bruciore che ti ricorda che ogni nota è uno schiavo negro sfruttato fino alla morte e buttato in un fosso. E allora ci arrivi. Capisci che davanti a te Doreen sta facendo di tutto per non lasciare che la storia della sua gente sia mai dimenticata. E realizzi che il jazz non ha salvato solo lei, ma anche te.

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Milanese dal '95, studia (ma non frequenta) Economia all'Università Cattolica di Milano. È appassionato di blues, jazz e storia di queste musiche, ne ha scritto parecchio in passato. Nel 2015 un soggiorno di un mese in Palestina lo ha avvicinato alla situazione Israelo-Palestinese. È tra i fondatori di Altrementiblog e ama l'ambiente e la natura.
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