Jazz Club – Miles Ahead

Giovanni Pagani
14 aprile 2015

- :Milanese dal '95, studia (ma non frequenta) Economia all'Università Cattolica di Milano. È appassionato di blues, jazz e storia di queste musiche, ne ha scritto parecchio in passato. Nel 2015 un soggiorno di un mese in Palestina lo ha avvicinato alla situazione Israelo-Palestinese. È tra i fondatori di Altrementiblog e ama l'ambiente e la natura.

miles

The hand of MIles Davis, Irving Penn, New York.

Ricordo la paura che mi fece Miles Davis al primo ascolto, ricordo la reazione, quella di ogni musicista ingenuo e sano di mente, di promettere a me stesso di non provare a toccare mai più uno strumento. L’indecisione nell’iniziare a scrivere qualcosa su un personaggio così grande da avere contorni sfumati, il timore di impostare un discorso così vasto, mi hanno fatto sempre rimandare il momento in cui avrei finalmente confessato senza censure la storia d’amore complessa che ancora vivo con lui. Ci provo.

Miles fu una delle mie prime pesanti cotte, ero invaghito in modo fastidioso di qualcosa che non riuscivo ad afferrare del tutto ma che mi aveva fulminato ed era arrivata sgomitando a occupare un posto speciale nel mio cuore. Mi ronzava nelle orecchie a ogni ora del giorno con una grammatica così profonda e distinta e piena di ironia e sottigliezza. Miles era un solletico costante sul costato che si manifestava con aggressività e diventava prurito ogni volta che tentavo di ascoltare altro. Era ancora solo un sentore che nelle mie orecchie stava succedendo qualcosa di grande.

La nostra storia è stata strana sin dall’inizio. A riprova di questo posso dire che cominciai a conoscerlo davvero quando smisi di corrergli dietro, smisi di cercarlo sui manuali, di dargli le attenzioni che da cagnetta permalosa si aspettava come indiscutibilmente dovute, per iniziare, più semplicemente, a lasciarlo parlare in sottofondo nella mia vita. Cominciai a prenderlo così come i miei timpani vergini me lo presentavano e, non so bene perché, Miles scese dal suo trono e finalmente fece lui stesso il primo passo.

Incominciò ad accompagnarmi gradualmente attraverso la sua storia, le sue evoluzioni, gli anni di Saint Louis, Birth of the cool, il Quintet, Kind of blue, gli anni elettrici. Ogni giorno godevo della sua magia da assoluto profano e nei momenti di distrazione da tutto e tutti tendevo l’orecchio per sentirlo che mi dava di gomito sghignazzando dicendomi di non preoccuparmi, prima o poi ci sarei arrivato.

Presto realizzai che per il nostro rapporto questo era solo il primo microbico passo. Presto avrei voluto, ma in realtà quasi dovuto, ricominciare a considerarlo in modo ossessivo, portarlo in giro con me a ogni ora, ascoltarlo e riascoltarlo, dissezionarlo, riprendere a fargli una corte spudorata e umiliante e studiare le sue peculiarità con leggera vergogna. Tutto questo per arrivare nuovamente alla conclusione che dovevo lasciarlo parlare in sottofondo per apprezzarlo a pieno, in un girotondo sfinente. A posteriori, forse è proprio questa una delle lezioni fondamentali che Miles è riuscito a cacciarmi in testa: serve un sacco di disciplina per poter essere indisciplinati. Serve l’attenzione, la concentrazione, la pazienza per lasciare che un grande ti sussurri la sua arte nell’orecchio, proprio a te, fortunato bastardo, e potersi vantare di averla afferrata appieno.

Miles non ha mai smesso di essere una mogliettina difficile. Un continuo tira e molla tra una presuntuosa richiesta di attenzione assoluta e il consiglio esplicito di abbandonarsi a lui senza timore, lasciando perdere l’udito, cogliendo i suoi concetti, i suoi modi, così cristallini e privi di categorizzazione perché cuciti su misura per me e per te, già perfettamente comprensibili nel loro significato senza bisogno di una materia conosciuta. Mi consolo chiedendomi come potrei resistere al mistero di un musicista che non mi regala note, ma pensieri, spunti, e meravigliosamente essenziali, a cui non aggiungerei né toglierei nulla. E ancora, prescindendo per un momento dall’importanza del contenuto di questi pensieri, come non perdere la testa per un musicista che ha inventato un vero e proprio schema comunicativo, un metodo nuovo, inspiegabile, tramite cui parlarci. Quanto è entusiasmante capire che possiamo captare idee e argomentazioni e comprenderle come se ci fossero state spiegate in perfetto italiano, seguirne il filo logico, senza la necessità di un punto di riferimento esterno che ce le spieghi, ma unicamente attraverso i suoni di un maestro? Come posso lamentarmi della difficoltà che incontro e che ho incontrato nell’approcciarmi a una lingua così assoluta, così universale? Non ne vale forse la pena?

Era ed è ancora una relazione per cui mi sento di impiegare il mio tempo. Capii ciò un giorno che Bitches Brew girava sornione sul piatto in salotto. La mia prima reazione a qualcosa di così strampalato, alla chitarra densa e sbrodolona di Mc Laughlin che si fondeva in una macedonia tonale con la tromba spettrale di Miles e la tastiera balbuziente di Chick Corea, fu qualcosa del genere: “bene, finalmente qualcuno che parla chiaro”. Avevo imparato la prima declinazione della lingua di Miles, ed ero pronto a rinnovare i voti matrimoniali.

The following two tabs change content below.
Giovanni Pagani

Giovanni Pagani

Milanese dal '95, studia (ma non frequenta) Economia all'Università Cattolica di Milano. È appassionato di blues, jazz e storia di queste musiche, ne ha scritto parecchio in passato. Nel 2015 un soggiorno di un mese in Palestina lo ha avvicinato alla situazione Israelo-Palestinese. È tra i fondatori di Altrementiblog e ama l'ambiente e la natura.
Giovanni Pagani

Ultimi post di Giovanni Pagani (vedi tutti)

FacebookTwitterGoogle+

Comments

comments