La Parigi sgangherata

La Parigi sgangherata

30 aprile 2017

this article is available in Português Português

Il biglietto dice Oporto.

La cartina dice Porto.

La Storia dice Invicta.

La mia storia dice Casa.

 

Sono tanti, probabilmente troppi, i significati racchiusi in quest’angolo di terra iberica schiaffato tra il Douro, l’Oceano e una valle di vitigni, granito e paesini solitari.

Pochi chilometri quadrati dove il tempo sfugge sottilmente, le giornate sembrano non bastarti mai, ma permane costante la sensazione di trovarti immerso in altre epoche e in mondi che più gli si addicono.

La Baixa di Porto negli Anni '80, vista dalla Stazione di São Bento. Oggi così diversa e al contempo così simile a ieri...

La Baixa di Porto negli Anni ’80, vista dalla Stazione di São Bento. A quattro decadi di distanza, impressiona quanto poco sia cambiata da ieri…

Saranno i panni stesi alle finestre, le casas burguesas piastrellate con dubbio gusto – ma va’, qua mettono le piastrelle… quelle del bagno… sui muri delle case!! – , le bettole sempre uguali da cui il vociare dei vecchietti esce alto e con un marcato retrogusto di birra Superbock, in qualsiasi giorno a qualsiasi ora.

O, ancora, saranno le bandierine sventolanti per la festa di San Giovanni, gli sciuscià che ti lustrano le scarpe per due monete, i tram che scivolano per la Baixa con i turisti dentro e i ragazzini aggrappati fuori, che sono anche gli stessi che d’estate vedi tuffarsi nel Douro dal ponte Luis I, tre segni della croce e poi giù, per quei 15 metri che non finiscono mai e ti fanno pensare questi sono fuori di testa ma poi, se cedi ai loro maccheronici ‘‘giamp! giamp!’’, è un attimo che ti ritrovi a saltare pure tu e non una volta sola.

Qualcosa sarà, ma appunto sono troppe le sensazioni da rincorrere e cercare di afferrare in questo confine metafisico tra Europa e Atlantico.

IMG_7886

Poco prima di una tempesta sulla spiaggia di Lavadores

E’ giusto, alla fine, che stenti a piegarsi ai tentativi di spiegazione esattamente come ha fatto con quelli di conquista. Perché se l’è guadagnato non a caso quel fiero nomignolo di Invicta, la Mai Vinta, in cui riecheggia il fallimento di chi, dai Mori agli Spagnoli, da Napoleone agli Assolutisti, ha cercato invano di sottometterla.

Orgogliosa e invincibile, meravigliosa e indescrivibile.

Io che nulla conoscevo di questo posto, se non il paese e il vino a cui presta il nome, a sentirne parlare così avrei riso d’ingenua e sfacciata incredulità. Mentre ora, che ci torno dopo quasi un anno passato tra le sue braccia, altro non rido che del mio me di allora. Mi rendo conto che qui, tra le tante cose, ho lasciato parte del mio cuore. Un po’ come il primo imperatore del Brasile, che volle essere seppellito oltremare ma il cuore, quello sì, lo fece restare nella Porto che tanto aveva amato e ammirato, e che ancora lo accoglie nella maestosa chiesa di Lapa. Parte del mio cuore, come quello di Pedro I, come quello di migliaia e anzi milioni d’altri, riposa felice tra queste mura invitte, al riparo da ogni ferita e pronto a battere a due tre quattro dieci volte il suo ritmo normale a ogni fortunata occasione in cui finirà rapito dalla sua rassicurante complessità.

Studenti di una tuna académica, in abito tradizionale, si esibiscono lungo la Ribeira. Sullo sfondo il Monastero di Serra do Pilar, bastione dei Liberali nella guerra civile contro gli Assolutisti, e il ponte Luis I, progettato si dice da Gustave Eiffel...

Studenti di una tuna académica, in abito tradizionale, si esibiscono lungo la Ribeira. Sullo sfondo il Monastero di Serra do Pilar, bastione dei Liberali nella guerra civile contro gli Assolutisti, e il ponte Luis I, progettato si dice da Gustave Eiffel…

Un caleidoscopio fatto di viali sfarzosi e stradine malfamate, di impiegati in trench e studenti in divisa ottocentesca, di treni in orario e bus che quando gli va saltano le corse. Un controsenso che alberga soave ovunque si posi lo sguardo ma che bisogna faticare per cogliere realmente. A voler parlare per metafore, si direbbe che in ogni bottiglia di raffinato Porto c’è un’anima rude e popolare, una sinfonia dolciastra che lo rende unico ma lo fa piacere a tutti, una quantità d’alcol per cui si gusta a piccoli sorsi ma basta un bicchiere per alzarsi storti.

In vino veritas, quindi, e cazzo quanto è vero!

Avenida dos Aliados, la più elegante e centrale delle arterie di Porto. In lontananza la Camara municipal, sede dell'amministrazione comunale

Avenida dos Aliados, la più elegante e centrale delle arterie di Porto

Così, all’improvviso, non mi sembra più insensata l’idea di trovarmi in una Parigi sgangherata e anacronistica che mi pervade ogni volta davanti al ponte di Eiffel (- però in verità solo quello dietro è suo, questo l’ha fatto un suo allievo… -, e poco male, il fascino non cambia), nelle Galerias de Paris dove bancarelle di ciarpame e discoteche appena chiuse si alternano ordinate, di fronte al gitano in Cedofeita che gira e rigira la manovella della sua serinette e con un po’ di fortuna capita che ne fuoriesca un’inconfondibile Valse d’Amélie

E’ evidente, non è scimmiottamento o classe stentata, ma un’autenticità forte di secoli che si destreggia tra gli eleganti boulevards e i segni decadenti di un’età aurea che non si capisce se ci sia già stata o debba ancora arrivare.

Sarebbe bello se anche Porto dicesse la sua a proposito, e per un attimo mi piace pensare che possa esprimersi attraverso uno dei suoi tanti muri e una scritta che non sembra lasciare spazio al dubbio:

''Nem preciso de subir Eiffel para ver Paris''

”Nem preciso de subir Eiffel para ver Paris”

‘‘Non ho nemmeno bisogno di scalare Eiffel per vedere Parigi’’.

Più veloce di un volo charter resta ancora la poesia, e tra due terre di poeti raggiungersi è un attimo.

Appena arrivato, subito ripartito, e già ripreso a contare i giorni per tornare ancora. Perché è così difficile separarsi da questa strana seconda casa fatta di piastrelle, ricordi, blocchi di granito, parti di cuore, postumi di ubriacature, passanti in trench, ferro battuto e risonanze parigine. A chi ne domanda il senso, riesco a rispondere solo con controsensi che paiono fantasie oniriche. Ma questo è ciò che mi porto dentro, e nitido mi si ricrea davanti alle pupille.

Avrò vissuto un sogno? Può essere.

Sarò ancora in quel sogno? Spero di sì.

Se mai mi sveglierò, dirò dell’angolo di terra dove Europa e Atlantico s’incontrano, e sogno e fantasia si sbizzarriscono nella loro stravagante, ma incantevole realtà.

Tramonto sul Douro dal ponte Luís I

Tramonto sul Douro dal ponte Luís I

Ao largo ainda arde

A barca da fantasia.

O meu sonho acaba tarde,

Acordar é que eu não queria

 

[Madredeus – O pastor]

The following two tabs change content below.

Gabriel De Paris

Italo-brasiliano, da sempre espiantato a Milano e da anni fiero abitante della Libera Repubblica di Lambrate, tra la via Ortica e il West. Produce articoli, racconti, interviste, testi teatrali e altri Unidentified Written Objects, nell’intento di stimolare il potenziale critico che si nasconde ovunque e in ognuno. Studia Psicologia all’Università Bicocca. Dai primi albori di Altrementi porta avanti una proficua, vivace e ‘‘il più delle volte indolore’’ collaborazione con il blog.

Ultimi post di Gabriel De Paris (vedi tutti)

FacebookTwitterGoogle+

Comments

comments