La tela che uccide

Tutti conoscono Eracle, l’eroe asceso alla sfera divina dopo la morte. Ma quanti sanno come morì? Un oracolo di Zeus profetizzava che nessun vivente sarebbe riuscito ad ucciderlo. Eppure la morte gli serrò le palpebre. Sofocle nelle Trachinie racconta il dramma della sua fine, nonché quello di Deianira, sua sposa, responsabile inconsapevole della morte dell’ amato.

La tragedia si apre con Deianira sulla scena, che si trova sola, nella città di Trachis, in Tessaglia. Non ha notizie di Eracle da più di un anno, “quel letto senza uomo l’ossessiona”(v.110 ἐνθυμίοις εὐναῖς ἀνανδρώτοισι τρύχεσθαι).

“Sì, abbiamo avuto dei figli. Ma con loro lui è come il bracciante che ha preso un terreno lontano e ci torna una volta ogni tanto, per la semina e poi per la messe.” Deianira parla così di Eracle, che è sempre nella sua mente. Egli invece è distante; un marito, e soprattutto un padre, assente. L’eroe ha già affrontato le Dodici Fatiche, eppure sembra non volersi mai arrestare. E’ alla ricerca continua di una pace interiore, quella che gli fu sottratta da Era, la regina degli dei, quando lo fece impazzire, inducendolo a uccidere la prima moglie, Megara, e i suoi stessi figli. Dall’angoscia di quei momenti, l’eroe fu salvato da Teseo, che lo convinse a non uccidersi. Ed egli continuò a vivere. Non lontano dalle passioni, s’innamora di Deianira e la sottrae al triforme Acheloo, suo pretendente. Ma come presto si era innamorato, altrettanto velocemente si disinnamora. Eracle, all’insaputa di Deianira, adesso ama un’altra donna, giovane e bella. Il suo nome è Iole, dal greco ἴον che significa “viola”.

Iole giunge in Tessaglia e viene portata alla dimora di Eracle, dove Deianira, istinto di donna, subito ne rimane colpita, la guarda, vuol sapere chi sia quella nobile fanciulla, che avanza senza dire una parola, insieme ad altre donne, prigioniere, bottino di guerra.Grazie alle parole di un messaggero, Deianira scopre che dopo mesi di disperata attesa, il suo amato sta tornando, vittorioso, dopo un lungo assedio, ma non per lei.

Però, come consiglia il Coro, saggio di sentenze, Deianira non deve disperare. All’uomo è data una vita in cui la ruota degli affanni e delle gioie gira a moti alternati. Quindi la donna può ancora tentare di riportare a sé il suo legittimo sposo. E Deianira ci prova. Esce dalla sfera della passività e dell’attesa, che l’aveva attanagliata fino a quel momento, e agisce, memore di un particolare, tempo prima considerato insignificante, e ora invece così prezioso: la donna ricorda di quando Eracle l’aveva salvata dal Centauro Nesso. Un combattimento fin troppo facile. La pulcherrima virgo, come detta da Ovidio (Met. IX, 9), è insidiata dal centauro che tenta di violentarla, che viene prontamente ucciso da una freccia velenosa di Eracle.

Poco prima di morire Nesso fa un dono a Deianira: un potente filtro d’amore, mischiato al suo stesso sangue.

Per la prima volta dopo allora, ora che vede sfuggire l’uomo che ama, Deianira prende da un cassetto il portentoso rimedio e decide di usarlo, con l’unico fine di riconquistare il marito. Non prova invidia per la “nuova sposa”, resta leale a Eracle fino alla fine. In questo suo donarsi totalmente, senza riserve, Deianira sembra evocare Antigone nella celebre frase “sono nata per condividere l’amore non l’odio”. Quindi, cosparge una veste bellissima con il siero amoroso e la invia al marito. Eracle si rallegra del dono e subito lo indossa. Poi inizia il sacrificio in onore di Zeus, libando sull’altare, per ringraziarlo della vittoria contro Eurito. Già qui vediamo il dramma di Deianira. E non appena il fuoco dei sacrifici ha riscaldato la tunica, questa si stringe al corpo dell’eroe, senza lasciarlo respirare. E’ terribile la descrizione degli strazi che è costretto a subire. Ma strazio più grande per lui, insensibile, è quello di essere stato ucciso da una donna. Non da una spada, ma tramite una tela, intessuta del sangue del suo nemico. Il centauro si era servito di Deianira per compiere la sua vendetta, anche se morto. Egli l’aveva ingannata e Deianira, ingenua aveva realizzato, senza volerlo, il destino inscritto nel suo stesso nome. Deianira in greco significa “colei che uccide il marito”. Ed ecco che si compiva anche l’oracolo divino, che per Sofocle, non è mai erroneo. Eracle non poteva essere ucciso da alcun vivente, chi l’uccise infatti era già morto: il centauro Nesso.

E Deianira? “Ha sbagliato, desiderando cose buone”, insopportabile veleno per una donna sincera è vivere nella vergogna. Deianira si uccide. Lei è l’artefice della morte del suo amato, senza il quale non ha più senso la sua esistenza. Si pugnala, scegliendo una morte alla maniera degli uomini, cioè con spargimento di sangue, morte violenta. Compagna di Didone (1) nella morte e compagna di Medea.

Ma compagna di quest’ultima solo nei fatti, perché le intenzioni di Medea, nell’omonima tragedia, sono ben altre. Lei sì vuole colpire Giasone per averla ripudiata e sostituita con Glauce. Giasone, forte del suo potere, come Eracle, ripudia la moglie per un’altra donna, segnando così la sua stessa rovina. Perché Medea non è la dolce, passiva e ingenua moglie di Eracle. E’ una donna artefice del suo destino e per nulla sottomessa al marito. Sicura delle sue arti di maga, sceglie anche lei una veste, come arma d’odio, non d’amore come nel caso di Deianira, sebbene portatrice di morte anche quella, e la invia alla nuova sposa di Giasone. Glauce, commossa dal gesto di Medea, indossa l’abito e, una volta indossato, prende fuoco e muore.

Resoconto narrativo, spero che queste righe siano state esaustive nell’illustrare come il mito sia capace, da sempre, di risvegliare le umane passioni nel limite in cui ci è concesso di conoscerle. Sono state presentate ai lettori due azioni apparentemente identiche, ma diametralmente opposte per quanto riguarda le intenzioni. Spesso, pur non volendolo, siamo portati ad agire nel nostro interesse e a danno di altri, come nel caso di Deianira. Altre volte, per affermare i nostri valori, scegliamo volontariamente la strada dell’odio e della guerra. Le situazioni sono diverse, è la prima meno grave della seconda? Non lo so, non possiamo certo ritenere Deianira innocente. Eppure compiva la vendetta di qualcun altro senza saperlo. Non era consapevole di quello che stava facendo. La sua inconsapevolezza la salva fino a un certo punto, ma non è qui che cercheremo di scagionarla. Medea ad esempio poteva arrestare la sua sete di vendetta. Scelse invece di sacrificare i suoi stessi figli, uccidendoli, per dare un messaggio forte all’uomo che l’aveva abbandonata. Ma tutto quello che è riuscita a comunicare alla fine è stato solamente dolore e nuova distruzione. E anche la volontà di Deianira di reagire all’ingiustizia subita, seppur in buona fede, ha recato danni. E’ bene dunque riflettere sempre sulle proprie azioni, sembra dirci Sofocle, perché il raggio d’azione dei nostri comportamenti e delle nostre reazioni non si limita al territorio che riusciamo a percepire con gli occhi, ma va ben oltre. E anche se non sappiamo dove, perché l’onniscienza non è per l’uomo, conviene cercare di guardare il più in là possibile.

(1) Didone, o Elissa, è la mitica fondatrice di Cartagine e precedentemente regina di Tiro. Virgilio, nell’ Eneide (I e IV), racconta la morte di Didone, che si trafigge con la spada che Enea, prima di abbandonarla, le aveva donato. La descrizione virgiliana della morte di Didone è molto simile a quella sofoclea della morte di Deianira. Per questa ragione mi è sembrato opportuno affiancare le due donne, chiamandole “compagne” nella morte.

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Alessandra Busacca

Alessandra Busacca

Laureata in Lettere Classiche e attualmente studentessa magistrale di Editoria, culture della comunicazione e della moda. Nata a Milano nel 1993. Mi interesso di arte e letteratura, amo la pittura, il cinema, la danza e la parola scritta.
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