La vaporwave

La vaporwave

Gigi D’Agostino, Enrico Papi, le felpe dell’Adidas… siamo ormai sommersi dal mito degli anni ’90 e Facebook ci ripropone ogni giorno centinaia di video e immagini che riemergono dai ricordi della nostra infanzia. D’altronde non è facile dimenticare gli anni del Berlusconismo, gli anni in cui la cultura popolare italiana ha toccato l’apice del degrado, dell’ignoranza e della mancanza di gusto. I primi segnali di questo culto per il trash li notai circa quattro anni fa ma non sul web, bensì tra alcuni attivisti delle organizzazioni politiche milanesi e proprio in quel contesto sorgeva spontanea una domanda: per quale motivo anche chi è critico nei confronti dei governi degli ultimi vent’anni e animato da ben precisi ideali politici, prova così tanto gusto nel rievocare una cultura antitetica al proprio sistema di valori? C’è chi dice si tratti di semplice nostalgia, il che non è così sbagliato… tutti ricordiamo le canzoni degli Eiffel 65 o i pomeriggi passati a guardare cartoni animati su Italia1. Questa cultura, per quanto ora ci possa schifare, è la stessa cultura che ci ha cresciuti, che più o meno indirettamente ha influenzato la nostra infanzia e che è inevitabilmente legata ad alcuni dei nostri ricordi più importanti.

 

Ma il fenomeno trash si limita a questo?

 

Non riuscendo a spiegare fino in fondo la contraddizione di questo odi et amo e il motivo della sua estensione così capillare, ho provato a raccogliere un po’ di idee che potrebbero mettere in luce i meccanismi di questa moda dilagante.

 

 

Un primo fattore rilevante è l’ignoranza: i meme demenziali che fanno della mancanza di cultura un vanto sono un fenomeno diffusissimo su Internet da ormai molti anni. Con l’incremento spropositato dei media produciamo sempre più cultura e ciascuno di noi si ritrova immerso in un mare caotico di canzoni, articoli, video e simili. È sempre più comune imbattersi casualmente in una conversazione con qualcuno che possiede un background culturale diverso dal nostro, che non conosce l’autore a cui ci stiamo riferendo o non ha visto il video che stiamo citando. L’enorme mole di informazioni che possiamo captare dal web ha reso la conoscenza di nozioni mediatiche una qualità personale molto appetibile, dando adito a una certa competitività dalla quale escono tutti un po’ vinti e vincitori, dal momento che l’onniscienza è oggi ancor più impossibile di ieri. Questo frustrante senso di incompletezza culturale viene meno nel grande terreno comune dell’ignoranza nazionalpopolare, dove tutti sanno e non sanno le stesse cose, dove tutti possono avere un piccolo momento di sfogo e scherzare liberamente – sensi di colpa alle spalle – sul fatto che in fondo siamo tutti semplici esseri umani accomunati da tre basilari bisogni: mangiare, bere e copulare.

 

Non credo però che lo svago e un po’ di risate bastino a farci dimenticare di cosa stiamo parlando, sappiamo bene quanto i valori della cultura televisiva di quegli anni siano marci, frutto di un benessere di facciata che ci ha condotto alla crisi attuale. Il sessismo perpetrato da figure come le veline di Striscia la Notizia o Madre Natura in Ciao Darwin; il gusto pettegolo e melodrammatico di amori e liti familiari messe in mostra da telenovelas o da programmi come Forum; il mito del grande Silvio, il sogno di diventare miliardari facendo soldi facili; “penso a fare l’amore, alla villa di Briatore, alla donna del calciatore” cantavano giustamente gli Articolo 31 ne L’Italiano Medio. È strano che tutta l’Italia abbia deciso di scherzare sui motivi della sua stessa rovina, sulle radici del decadimento sociale di cui vediamo le conseguenze ancora oggi e c’è da chiedersi fino a che punto stiamo spingendo i confini dell’ironia. Nel dare una spiegazione a tutto questo, può forse aiutarci una cosa chiamata vaporwave.

 

La vaporwave è un genere musicale dall’elevato sperimentalismo sorto su Internet intorno al 2010 con la pubblicazione di una serie di brani ricavati dal copia-incolla di spezzoni rallentati di musica anni ’80 e smooth jazz. L’effetto che si viene a creare trasporta l’ascoltatore in mondi surreali fatti di eco digitali e atmosfere sognanti, in cui è possibile riconoscere il suono di avvio di un Windows ’98 o un pezzo di pubblicità anni ’80. La presentazione grafica di questi album è molto rilevante per la comprensione del genere stesso, tant’è che esiste una corrente a sé stante di “aesthetics”, immagini collettrici di una strana ossessione per la sottocultura anni ’80 e ’90, ricche di icone digitali dei primissimi computer, busti romani, piante tropicali, marchi pubblicitari, manga, scritte in giapponese ed effetti visivi che ostentano un uso ridondante del photoshopping.

 

Se preso sul serio, il vaporwave lascia piuttosto perplessi ed essendo un movimento nato sul web che non presenta definizioni precise né intenti apertamente dichiarati è facile fraintenderlo. Proprio per questa sua ambiguità, è importante premettere che anche quello che si sta scrivendo in questo articolo è solo una delle mille possibili interpretazioni del genere. La parola vaporwave stessa è probabilmente la fusione di molteplici termini, tra cui: vaporware con cui si indicano prodotti tecnologici annunciati sul mercato, ma successivamente ritirati per problemi tecnici; il vapore come immaterialità del mondo digitale, la graduale perdita di concretezza che film, libri, documenti – e i brani vaporwave stessi – subiscono ai nostri occhi qualora siano salvati in rete, privati di un supporto materiale, come se sparissero nel nulla; inoltre il termine sembra avere una qualche ispirazione marxista, probabilmente collegato a una citazione del Manifesto Comunista che recita “tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria“, a indicare il mutamento incessante dei rapporti sociali.

 

Come si evince dall’origine del nome, i temi alla base del vaporwave sono due: il difficile rapporto dell’uomo con le nuove tecnologie e un sostanziale anticapitalismo. L’emulazione di quelli che potremmo definire segni distintivi del capitalismo odierno – il consumismo, la ricchezza, il progresso tecnologico – è in realtà una forma implicita di contestazione; anziché rifiutare i canoni estetici del moderno mondo commerciale, il vaporwave fonda la propria critica sulla riappropriazione di materiale mediatico prodotto dagli anni ’80 in poi per creare una controcultura che imita e mette in ridicolo il suo stesso nemico. L’effetto che si crea mediante questo processo artistico mette lo spettatore a disagio e lo immerge nella crisi esistenziale della modernità tecnologica. La frammentazione sociale e il nichilismo che hanno caratterizzato il ‘900 sono ereditati dalle nuove generazioni e confluiscono in questo millennio con nuovi attributi: la bellezza di oggi è plastica, slogan, spot pubblicitario, frasi d’impatto a contenuto zero; oggi nessun bambino ha più bisogno di amici con cui giocare se possiede uno smartphone, l’accesso ai servizi non comporta più necessariamente un contatto umano dal momento che si può svolgere tutto comodamente online e alcuni visionari di Internet prevedono un triste futuro in cui gli uomini non avranno più alcun bisogno di interagire tra loro grazie allo sviluppo della rete.

 

Oltre alla disgregazione sociale, la tecnologia ha un certo impatto anche sulla psiche del singolo individuo; come osserva G.Tanner1, la radio che cambia frequenza da sola, la televisione che smette di prendere il segnale, il computer che si blocca improvvisamente, tutti questi fenomeni ci danno l’impressione che i dispositivi possano agire di propria volontà, ci inducono a temere che ciò che l’uomo crea e dispone al proprio servizio si ribelli facendo qualcosa a prescindere dal suo comando. Questa diffidenza tecnologica è inconsciamente incitata anche da un altro fattore: la riproduzione artificiale di suoni e immagini tramite mezzi ai quali solitamente non li associamo – ad esempio il suono metallico di violino che fuoriesce dallo stereo – ci getta nell’uncanny, termine intraducibile che indica qualcosa di familiare ma distorto, una cosa che siamo abituati a vedere ma che improvvisamente ci appare sotto una luce diversa e che per questo ci trasmette una certa inquietudine. Questa analisi di Tanner è indispensabile per comprendere le logiche del vaporwave: i connotati della nostra società vengono estremizzati nella creazione di un mondo il meno familiare possibile, distorto, portato alle estreme conseguenze dell’alienazione post-moderna; il vaporwave cerca di mettere in discussione la nostra relazione con il mondo virtuale forzandoci a riconoscere l’inconscia mancanza di familiarità che abbiamo nei confronti della tecnologia.

 

Arrivati a questo punto occorre però porsi dei quesiti. Nell’esplorare il perverso mondo vaporwave uno arriva davvero a chiedersi: perché la gente dovrebbe apprezzare un’esperienza così disorientante? Se il vaporwave vuole veramente costruire una contestazione al modello capitalista, per quale motivo si sofferma a una critica formale e non entra nei contenuti? L’abbandono nichilista dei vaporwaver sembra spingerli a non detestare più di tanto questo mondo inquietante e anzi ad annientare l’ideazione di un qualsiasi scenario post-capitalista possibile. Questa però è un’impressione non del tutto vera, per svariati motivi. Si ripensi un attimo ai metodi di produzione della musica vaporwave: i brani appartenenti al genere sono pubblicati sul web sotto falsi nomi giapponesi e non sono altro che vecchi pezzi piratati, tagliati e riassemblati da ragazzini bravi con il computer. Se inserito nel contesto dei primi anni ’10, in cui i governi iniziavano a limitare l’originaria libertà del web e prevedere sanzioni penali per la cyber pirateria, questo modo di fare musica ci rivela la natura antagonista del movimento. Il non rispetto dei copyright e la rinuncia ad appropriarsi del proprio operato rimanendo sostanzialmente anonimi, la libera condivisione di materiale via Internet, il fatto che non venga rispettata nemmeno la comune convenzione sviluppatasi sui social di citare le pagine da cui si copiano post e immagini, sono tutti chiari segnali di come questo genere si muova controcorrente e si sia apertamente schierato tra i difensori di Internet e della sua libertà. In secondo luogo, se l’artista vaporwave  fosse un soggetto passivo e succube del sistema, riterrebbe che il mondo glamour presentatoci dagli spot sia realmente bello e affascinante; invece, ironizzando sulla sua estetica, egli costruisce uno specchio davanti agli occhi della società in modo che essa possa osservarsi da un nuovo punto di vista. Non esprime una critica diretta impostata sui propri valori, ma lascia il giudizio finale allo spettatore; si limita all’osservazione, sapendo che poi sarà lo spettatore stesso, la società o la politica a trovare una soluzione.

 

 

Questo approccio è molto diretto e ci dice che non serve fare analisi politiche o ideologiche per capire che la nostra società è una società in cui la gente sta male. Questa forma d’arte è  figlia della democrazia da televoto, non è nata in un salotto o in un circolo elitario, non è nata da menti borghesi che professano il socialismo ma lo praticano come attività di beneficenza, non è la critica paternalistica di chi vuole mettersi al potere e guidarci verso un sistema illuminato, ma è l’urlo disperato di poveri sedicenni che di politica non ne sanno nulla, perché cresciuti con chi diceva loro di non pensarci, perché confusi dalla loro mente che, nel tentativo di sviluppare una coscienza critica, si rivela ancora infestata dagli antichi miti del Super Pasqualone e di Barbie-va-in-vacanza. Eppure è affascinante come un movimento nato in modo così scherzoso, senza nemmeno il vero intento di diventare tale, sia riuscito a toccare i punti nevralgici del capitalismo 2.0 ed è per questo che le community vaporwave si trovano di fronte a un bivio: meglio non privare il movimento della sua origine popolare e lasciarlo nel suo indefinito brodo primordiale o dargli definizione e forma, ponendogli intenti specifici? I tempi sono prematuri e i pareri contrastanti, ma una cosa è certa: il sorriso malinconico del vaporwave non è poi così dissimile dall’ironia del nostro trash all’italiana ed è un segnale importante, il segnale di una generazione che non riesce più a bersi l’idea di vita presentatale dai media; per questo motivo è confortante aprire Facebook e vedere che oltre alle foto di iPhone nuovi, patenti o dei luoghi più esclusivi in cui passare le vacanze, c’è anche gente che ride della D’Urso, che balla sfrenatamente al ritmo de l’Amour Toujours o che si chiede come abbiamo fatto a guardare Sarabanda senza sviluppare forme di ritardo mentale.

 

Note:

Grafton Tanner, Babbling Corpse, Vaporwave and the commodification of ghosts, Zero books, 2016

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Chiara Zulberti

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