Libia a rischio fallimento

Andrew Funck
30 aprile 2015

Febbraio 2011: in Tunisia ed Egitto imponenti sommosse popolari hanno da poco costretto i rispettivi leader dei due paesi Ben Alì e Hosni Mubarak ad abbandonare il potere. Presto l’ondata rivoluzionaria investe anche la Libia, in particolare la sua parte orientale, la Cirenaica: le rivolte non sono manifestazione di una presunta aspirazione democratica, ma piuttosto espressione delle forti tensioni regionali e tribali libiche. In poco tempo l’insurrezione degenera in una vera e propria guerra civile: alle truppe lealiste del colonnello Mu’ammar Gheddafi, alla guida del paese dal 1969, si oppone un ampio spettro di forze ribelli, laiche e islamiste, radunate sotto la bandiera del Consiglio Nazionale Libico. 

Su pressione francese, in Marzo l’ONU delibera a favore di un intervento internazionale nel conflitto, approvando la costituzione di una “no-fly zone ” in territorio libico: la missione, realizzata inizialmente per proteggere la popolazione, di fatto è finalizzata al rovesciamento del regime. Grazie al decisivo intervento statunitense, il fronte ribelle riesce a sopraffare l’esercito del colonnello: il 25 Agosto alcuni miliziani prendono la capitale Tripoli, il 21 Ottobre Gheddafi viene catturato e ucciso nei pressi di Sirte.  “La Libia è libera” proclamano i media occidentali. Ma la realtà non è così rosea.

Sin dalla sua costituzione nel 1951, lo Stato libico ha sofferto di una cronica mancanza di identità nazionale: esso raggruppa tre realtà regionali profondamente diverse (Tripolitania ad Ovest, Cirenaica ad Est, Fezzan a Sud), alle quali si aggiungono profonde divisioni tribali e claniche. Il regime di Gheddafi, anche se con una forte impronta nazionalista, ha di fatto accentuato questo deficit identitario, attraverso una gestione personalistica e fortemente esclusiva del potere: la “Giamahiria” (governo delle masse) non era altro che una legittimazione populistica dell’autorità assoluta del Rais.

Non solo. La Libia uscita dalla dittatura e dalla guerra civile si è scoperta anche carente di una vera struttura statale: il governo di Gheddafi era caratterizzato da una forte debolezza (se non proprio mancanza) di istituzioni, sia per evitare la formazione di centri di potere alternativi alla persona del colonnello, sia per le stesse ridotte necessità del “rentier state” libico (in cambio di una bassissima pressione fiscale e della redistribuzione dei proventi del petrolio, la popolazione accetta la formazione di uno “stato minimo” e di una struttura di potere autoritaria e fortemente accentrata).  Se aggiungiamo la proliferazione di armi e milizie tribali e regionali in tutto il territorio, diventa facilmente intuibile il perché in Libia, dove non c’era né Nazione né Stato, il processo di democratizzazione sognato dagli occidentali sia fallito.

Muslim_Brotherhood_Emblem

simbolo dei Fratelli Musulmani

Morto Gheddafi, il potere passa nelle mani del Consiglio Nazionale di Transizione: il 7 luglio 2012, i Libici votano nella loro prima elezione parlamentare. Ad affermarsi come principale forza del panorama politico è la Fratellanza Musulmana, esponente di punta dell’islam politico: base del suo successo è proprio l’identità islamista, storicamente espressione di libertà e di opposizione al precedente regime. In un contesto di violenza crescente, dominato dalle vecchie milizie rivoluzionarie, formalmente integrate nell’esercito e nella polizia, ma di fatto autonome e indipendenti  (la guerra civile non è finita, ma solo assopita, con un conflitto a bassa intensità da 500 morti l’anno ancora in corso), l’11 settembre 2012 il consolato degli Stati Uniti a Bengasi viene attaccato da un commando dell’organizzazione terroristica jihadista Ansar al-Sharia, causando la morte dell’ambasciatore americano Christopher Stevens: l’impatto mediatico e politico dell’azione è pesantissimo, specialmente per le sue ricadute sulla percezione della maggioranza al potere, che non si mostra compatta a condannare con forza l’attentato. La deposizione da parte dell’esercito del presidente Mohamed Morsi in Egitto, esponente dei Fratelli Musulmani, nel luglio 2013 alimenta ulteriormente la radicalizzazione dello scontro: gli islamisti a capo del governo, piuttosto che favorire un processo di riconciliazione, sentendosi minacciati, decidono infatti di affidarsi alla forza delle armi.

Il processo di polarizzazione raggiunge il suo apice con le elezioni del giugno 2014: con un affluenza di appena il 18% (manifestazione delle pessime condizioni economiche e di sicurezza in cui versa il paese) viene eletto un nuovo parlamento, questa volta dominato dalle forze laiche (nelle quali non mancano esponenti del vecchio regime di Gheddafi). L’organo tuttavia non si insedia, poiché minacciato dalle milizie islamiste, e si rifugia pertanto nella Cirenaica, a Tobruk, a 150 km dal confine con l’Egitto, sicuro della protezione del generale e capo del governo egiziano Abd al-Fattah al-Sisi, alla guida di una violenta repressione contro l’islam politico e in particolare i Fratelli Musulmani nella regione. A Tripoli le milizie e i parlamentari islamisti dichiarano allora illegittime le ultime elezioni e insediano il vecchio parlamento. La Libia si ritrova così divisa, e presto in guerra aperta: da un lato il governo di Tobruk, guidato da al-Thani (capo dell’esecutivo) e dal generale Khalifa Haftar (esercito), dall’altra quello di Tripoli, con Nuri Busahmein presidente e Omar al-Hasi primo ministro.

mappa libia

attuale configurazione del controllo del territorio libico

Le due autorità reclamano entrambe la propria sovranità, ma condividono un problema essenziale: non hanno il controllo effettivo dei rispettivi territori. E non solo poiché non hanno la forza militare per farlo. Molte infatti sono le forze in campo e tutte hanno una propria legittimità, socialmente riconosciuta, derivante dall’esperienza rivoluzionaria (brigate di Zintan, milizie di Misurata), dai risultati elettorali (Alleanza delle Forze Nazionali), dalla “guerra al terrorismo” (esercito di Haftar) o dall’appartenenza tribale (milizie Tuareg), con la quale occorre necessariamente che i due governi si confrontino. Per non parlare dei due maggiori gruppi jihadisti della regione, Ansar al-Sharia e IS, che trovano nell’elemento islamico il motivo del loro (parziale) riconoscimento sociale.

La guerra vede dunque contrapposte molteplici forze, raggruppate nei due grandi schieramenti, le coalizioni di Operazione Dignità  e di Alba Libica, facenti riferimento rispettivamente al governo di Tobruk e di Tripoli. Sono coalizioni di gruppi armati in alleanza tra loro, spesso su basi di convenienza e non di stretta collaborazione. Ad avere reale potere sul campo non sono infatti i politici, bensì i gruppi armati. Tra le fila dell’Operazione Dignità, oltre all’esercito di Haftar, si trovano le brigate di Zintan (che si oppongono a Tripoli per motivi politico/economici) e l’Alleanza delle Forze Nazionali (laici, in posizione anti-islamista), mentre le forze della coalizione Alba Libica comprendono, oltre a svariate milizie islamiste (tra cui la “Brigata dei martiri del 17 febbraio”), le truppe di Misurata (integrate nell’esercito di Tripoli sotto il nome di “Scudo libico”) e gruppi della minoranza Tuareg (ostili a Tobruk per la presenza di numerosi ex-gheddafiani).

ISIS

IS, decapitazione di 21 egiziani copti

È in questo contesto così caotico e confuso che s’inserisce l’azione di  Ansar al-Sharia e IS, accumunati dalla ideologia jihadista e dalla pratica del terrorismo, ma con obiettivi profondamente diversi: Ansar al-Sharia (“Partigiani della Sharia”) nasce dopo la caduta di Gheddafi unendo varie milizie rivoluzionarie, si è affermato a livello locale grazie ad attività assistenziali e di controllo del territorio, e si propone la costituzione di uno stato islamico in Libia; IS (Islamic State) invece, istauratosi in Libia nella seconda metà del 2014 quando un gruppo jihadista locale in controllo di Derna, il Consiglio dei Giovani Islamici, ha proclamato la propria fedeltà al califfato, è piuttosto attratto dalla posizione strategica della Libia nel Nordafrica e dalla possibilità di trarre profitti dallo sfruttamento del petrolio e dei traffici di armi e migranti.

La partecipazione infine, più o meno esplicita, di grandi potenze regionali quali Qatar, Turchia (Tripoli) e Emirati Arabi Uniti, Egito, Arabia Saudita (Tobruk), complicano ulteriormente la situazione e rendono difficile un reale processo di pacificazione. La caduta di Gheddafi ha aperto un vaso di Pandora con il quale dovremo fare i conti molto a lungo.

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Andrew Funck

Andrew Funck

Classe 1994, un po' italiano e un po' francese, sostanzialmente europeo. È tra i fondatori di Altrementiblog, con cui collabora dal primo giorno scrivendo di economia e politica internazionale. Attualmente in scambio alla New York University, poi laurea alla Bocconi di Milano a settembre. Ama le novità, i club e oberarsi di impegni che non riesce a mantenere.
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