Disciplinare con la forza è un’idea bruta

Disciplinare con la forza è un’idea bruta

4 maggio 2017

- direttore

L’operazione di polizia avvenuta due giorni fa a Milano Stazione Centrale, seguita l’indomani da un’analoga operazione a Roma, ha riportato l’attenzione sul tema ‘sicurezza’.

Cavallo di battaglia delle destre, la retorica securitaria ha cominciato a penetrare i discorsi di una certa sinistra già dagli anni ’90, al tempo dei nuovi Democrats come Al Gore e Bill Clinton. I padri della ‘terza via’ proponevano il pugno duro contro il crimine: “we need more police in the streets” dicevano.
Dalla retorica ai fatti, negli Stati Uniti si optò per una politica criminalizzante, che inasprisse le pene per i delinquenti e rafforzasse il dispiegamento poliziesco sul territorio. Una linea tipicamente di destra. Risultato? Un aumento spaventoso dei detenuti nelle carceri.  Lo racconta bene il documentario 13th, in cui emerge che dal 1990 al 2000 il numero dei detenuti crebbe da 1.179.200 a 2.015.300: fu quasi un raddoppio. Si ottenne non una diminuzione dei reati ma una crescita degli arresti e delle detenzioni. Oggi come allora, la rincorsa alla destra sul tema della sicurezza appare a molti l’unica maniera per tornare a parlare ad elettori impauriti. Anche in Italia c’è la tentazione di adottare risposte muscolari. Con il rischio poi di finire a criminalizzare da una parte, e a sorvegliare dall’altra. Come è avvenuto negli scorsi giorni a scapito dei migranti.
L’approccio militare si è visto chiaramente a Milano in quella scenata da film poliziesco durante la quale gli agenti in assetto anti-sommosa hanno chiuso l’accesso principale alla stazione monitorando gli ingressi laterali, accompagnati da guardie a cavallo, da un elicottero che sorvolava piazza Duca d’Aosta e da un pullman della polizia di Stato pronto a trasportare i fermati.
Per quanto riguarda invece i provvedimenti legislativi è da poco stato approvato il decreto Minniti “recante disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Il decreto ha cambiato un’impostazione fondante il sistema di diritto italiano in quanto si è soppressa un’importante tutela giurisdizionale per una categoria specifica, quella del migrante. I richiedenti asilo che ricevono un diniego non potranno far valere le loro ragioni nelle dovute sedi di Giustizia, in quanto il secondo grado è stato loro interdetto. Un atto discriminatorio che intacca l’universalità dei diritti e delle tutele iscritti nella nostra Costituzione.

Ma volendo cercare una soluzione a un modello repressivo, esiste un’alternativa?

Renzi ripete spesso: “la parola sicurezza è una parola di sinistra” ed è vero nella misura in cui anche la Sinistra deve occuparsi dell’incolumità dei cittadini. Il punto però è che non si può credere che militarizzare strade e quartieri basti a ridurre crimini e degrado. Questo è un palliativo che può rassicurare qualche anziana signora, ma non riduce di fatto la delinquenza se da una parte la crea e dall’altra la colpisce. Gli Stati Uniti ne sono una prova. Certo, la sicurezza passa anche per il controllo, che in certa misura ci deve essere, ma non può essere l’unico elemento. Altrimenti si combattono gli effetti senza lavorare sulle cause. Non si può pensare di arrestare tutti i criminali, è sbagliata come visione, oltre a essere un metodo improduttivo.

Ma, se certo bisogna rivolgere gli sforzi a politiche integrative e largamente inclusive, è vero anche che queste da sole non bastano nel breve periodo e si fatica a inventare un nuovo paradigma che esca dal binomio classico inclusione/militarizzazione. Forse, come al solito, la soluzione più funzionale sta in una sintesi delle due ricette. Certo è che non bisogna farsi prendere la mano dagli interventi difensivi perché spesso la criminalità è più percepita che reale. E, oltretutto, presta il fianco a sciacallaggi di bassa Lega.

Fa rabbia che siamo una nazione che professa la libertà ma al tempo stesso si fa prendere dalla smania del controllo, dalla volontà di normare, di conformare, di sorvegliare. La nostra Carta Costituzionale sancisce dei diritti che vengono attentati in maxi-operazioni di polizia in cui vediamo la forza coercitiva sguinzagliata per le strade a farsi paladina della legge e del bon ton, della pulizia e dell’ordine. E non dovremmo dire niente? Dietro ogni crimine c’è un essere umano. E dietro ogni azione militare o poliziesca c’è la volontà di imporre con la forza laddove la politica è nata proprio per deporre la forza, per fare in modo che non si fosse più schiacciati e oppressi da una mano violenta. Perciò la repressione è un metodo sbagliato che non convince come risposta sociale al crimine. L’idea di disciplinare con la forza è un’idea bruta, un’idea rozza. E insegna un teorema sbagliato: se ho un certo fine la forza può essere un giusto mezzo. Invece bisogna ragionare su come portare dalla parte dei non-violenti chi ancora oggi opera violenza in senso largo.

Non è con l’inasprimento dei controlli che si risolvono problematiche dovute a situazioni di instabilità e fragilità sociale. Il controllo deve continuare a venire esercitato ma, come insegna la tradizione di filosofia politica, si tratta dell’ultima ratio regum, l’ultimo elemento al quale ricorrere. E, di certo, non l’unico.

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Pietro Savastio

Studente di filosofia alla Statale di Milano, sono attualmente in Erasmus a Strasburgo. Classe '95. «I filosofi sinora hanno solo interpretato il mondo, si tratta di trasformarlo». Dopo la triennale vorrei spostarmi sulla scienza politica: la teoria, senza prassi, è masturbazione intellettuale. Passioni? Politica, giornalismo, cinema, teatro.

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