L’Orlando emaciato o la paura dei leader

L’Orlando emaciato o la paura dei leader

In queste ore tragiche per la nostra sinistra constato con amarezza come siano tutti ansiosi di chiudere la parentesi del renzismo, senza tuttavia trarne ciò che è stato positivo, o quanto meno efficace. Alla sinistra italiana imparare dal passato non piace proprio.

Renzi: un po’ di arrosto e tanta terra bruciata intorno

Di questo leader chiacchierone, provinciale e immaturo resterà all’Italia ben poco. Il bilancio dei 1000 giorni può essere letto in due modi. Una fotografia che ne ritagli i contorni in maniera netta mostrerebbe un’immagine non troppo diversa da quella che ne dà lo stesso Renzi: “qualche diritto in più e qualche tassa in meno”. Difficile da negare come affermazione, in tutta onestà. Ma questa formula magica copre il dramma che si scorge non appena l’obbiettivo della nostra fotocamera storica è allargato di qualche millimetro.

Osservato da una prospettiva più ampia, il governo Renzi appare piuttosto come il fallimento di un’alternanza a sinistra dopo il ventennio Berlusconi. Dopo una serie di vicende, colpi di scena e rovesciamenti di fronte degni della migliore Commedia dell’Arte, si era arrivati ad avere un leader di centro-sinistra alla testa di un governo che era certo sostenuto dall’alleanza con il centro-destra, ma di fatto dotato di un margine di manovra indipendente considerevole per gli standard della Repubblica Italiana. Nel 2014 un giovane sindaco sembra aver coniugato poeticamente l’anti-sistemismo (nella sua forma di opposizione alle caste di partito) con l’equilibrio e la saggezza che spesso mancano ai movimenti di protesta. Incassa una prima fiducia su carta bianca alle Europee dello storico 40,8% e pare pronto al salto nell’iperspazio. Oggi, quello che doveva essere il leader di un’Italia nuova si è dimostrato non all’altezza del compito. Il profeta della rottamazione e della rivincita della nuova generazione è riuscito a inimicarsi l’intera gioventù. Si è presentato come un vincitore, quando già alle amministrative gli italiani gli hanno voltato le spalle, prima di esautorarlo definitivamente il 4 dicembre, in occasione del referendum con il quale ha spaccato l’opinione pubblica in due, in merito a una riforma che a costo di essere coraggiosa ha fatto paura a mezza Italia. Si è fatto odiare da quasi tutto il suo partito, nonché da interi gruppi professionali (come gli insegnanti), da almeno un terzo delle regioni italiane (tutto il sud), interi strati della popolazione (soprattutto i più poveri) e… non basta?

Renzi sarà pure stato il messia di una nuova idea di sinistra. In ogni caso, non ha saputo ricoprire la carica di guida del governo come avrebbe potuto – e dovuto.

Oggi però un suo eventuale erede più capace e più saggio non si vede neanche col binocolo.

A votare non ci vado

A fine aprile si terranno le primarie del Partito Democratico, la forza politica che – ci piaccia o meno – ha dominato la sinistra in questi anni.

I candidati sono tre: Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano. I due sfidanti dell’ex-premier sono brave persone, onesti uomini di partito che hanno fatto la gavetta a livello locale e hanno ora ambizioni di governo nazionale. Ma non sono dei leader di peso, carisma e potenzialità come Matteo Renzi.

Emiliano mi ricorda il buon uomo che alla festa dell’Unità mi vendeva sempre lo gnocco fritto. Mi fa pensare a Guccini che canta “mi piace far canzoni, bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso” con quel suo stile da Prima Repubblica. Le sue argomentazioni sono pertinenti, la sua posizione rispettabile, ma il suo progetto, seppur ne esiste uno, è semplice, per non dire sempliciotto.

Orlando invece ha tutt’altra statura. È stato un membro fedele della brigata Renzi finché ciò ha avuto un senso, poi ne ha preso le distanze. Buon ministro dell’Ambiente durante il governo Letta, si è dimostrato un eccellente ministro della Giustizia sotto la guida di Renzi, portando a compimento alcune misure attese da decenni, rispetto alla questione delle carceri e alla mafia. Maggiori dettagli sono reperibili ovunque grazie a mamma Wikipedia e papà Google.

Quello che invece internet non vi dirà è perché non si può credere in Orlando. La verità non sta nel suo curriculum, ma nel tono della sua voce, nella poca energia che la sua personalità sprigiona di fronte a qualunque giornalista. Andrea Orlando è un candidato fantasticamente pallido, senza neanche un centimetro quadrato della stoffa del leader.

I fantasmi del passato

Qui torniamo al nostro punto di partenza, e alla sinistra che non cresce mai ma si diverte meno di Peter Pan. Il re lo abbiamo ghigliottinato il 4 dicembre e siamo tutti contenti. Che ci resta? Ancora una volta solo personalità sottotono, che non ispirano fiducia a chi vuole che la sinistra vinca le elezioni e governi il paese, conferendogli magari anche una voce all’estero (almeno su quest’ultimo aspetto Renzi è stato encomiabile). Votare con entusiasmo è tornata un’utopia. Ma com’è possibile che non emergano mai o quasi caratteri autorevoli fra i progressisti italiani?

Nel nostro paese, e soprattutto a sinistra, si fa l’equazione sbagliata fra carisma e autoritarismo. È un’eredità storica, come fossimo ancora sotto shock dal fascismo. Quindi ci piacciono i mansueti intellettuali come Prodi. In Francia se un politico non ha carattere si fa tirare addosso i pomodori. Da noi Pier Luigi Bersani non è riuscito a far vincere la sinistra neanche alle prime elezioni dell’era post-berlusconiana, nel 2011. Praticamente un miracolo: è come se l’Inter non avesse vinto lo scudetto del 2007 dopo Calciopoli. E a sinistra del PD, se si va a cercare nella nuova formazione del Movimento dei Democratici e Progressisti, nata dall’unione dei fuoriusciti dalla minoranza PD e Sinistra Italiana, la situazione cambia poco. Non solo non si sa quanto questa formazione attecchirà in termini di voti, ma fra D’Attorre e Rossi il più autorevole sembra ancora il nostro campione Bersani.

Diversamente rispetto allo scenario italiano ancora erede di un’Italia post-fascista alla ricerca di nuovi equilibri, in Francia la memoria politica resta fortemente legata alla figura del Generale De Gaulle, eroe autoritario della Resistenza anti-nazista e fondatore, 13 anni dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, della V Repubblica Francese, sistema istituzionale fondato esso stesso sulla carica del Presidente della Repubblica, responsabile personale della guida del paese. A destra come a sinistra, oltralpe a un politico si chiede innanzitutto di essere un buon oratore. La dialettica è necessaria, non guardata con sospetto. Nei licei come nelle università, specie nelle facoltà di scienze politiche, si organizzano concorsi di retorica. Non si vota solo il programma: si vota anche l’uomo. La sua capacità di imporsi, di lasciare un segno sui giornali, alla televisione, durante i meeting, nella mente degli elettori e nella fantasia dell’opinione pubblica. Perché in Francia, vecchio paese imperialista e guerriero, conta vincere.

Lungi da me osannare questo spirito di grandeur, che nasce sugli Champs-Élysées e lì deve restare. Però se da un lato bisognerebbe andare oltre Renzi, nonostante qualche buona riforma, a causa del vuoto che ha lasciato e dell’occasione che ha sprecato, sarebbe un peccato tornare a votare per dei candidati che, in caso di “vittoria”, sarebbero probabilmente incapaci di incidere sulla realtà, e finirebbero vittime dell’oblio collettivo. Un bravo ministro non è necessariamente un bravo Primo Ministro. Conoscere non implica saper fare, e saper fare non implica saper guidare.

Prima o poi un leader dovremo pure trovarlo, se stare all’opposizione ci ha stufati.

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Flavio Edoardo Restelli

Flavio Edoardo Restelli

Classe '96, studia al Campus di Mentone dell'università SciencesPo Paris, incentrato sulle relazioni tra Europa e Medio Oriente. Collabora con Altrementiblog da Giugno 2015, scrive di politica internazionale e cura i progetti e le traduzioni della sezione International del sito. Ama il calcio, la musica elettronica e jazz, l'arabo e chi lo parla.
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